Articolo 6, Foibe: una tragedia spesso dimenticata

Questo è un testo che scrissi l’anno scorso a febbraio per ricordare il dramma delle foibe. Scrissi questo testo durante un compito in classe e mi piacque così tanto da volerlo trascrivere. Adesso, in occasione della Giornata del Ricordo domani 10 febbraio, lo ripropongo in questa sede.

L’ultimo gesto che desidero fare è ammirare le stelle. Sono sempre lì sopra. Nella volta celeste, immobili e indifferenti. Devono avere un qualcosa di divino, le stelle, poiché condividono tale indifferenza con Dio, sempre se esista.


La mia attenzione cade improvvisamente sulla costellazione del carro, che sovente ammiravo con mio padre la sera, quando tornava da una giornata di lavoro.
Mio padre! Che uomo santo che fu! Nonostante lavorasse nei campi spaccandosi la schiena ogni giorno, trovava in se’ le energie la sera per restare sveglio con me, ammirando le stelle insieme.


La sua più grande colpa fu quella di non appoggiare l’ideologia del fascismo. Fino allo scoppio di questa folle guerra non trovò molte difficoltà. Vivendo in una zona periferica del Regno, i controlli del partito fascista non erano così intensi come nel resto della nazione.


Ma con l’avvenire della Seconda Guerra Mondiale, mio padre si dichiarò obiettore di coscienza. Per tale motivo fu incarcerato ed esportato nei campi di “lavoro” forzato nel Reich Tedesco.
Rimanemmo soltanto io e mia madre, che si vide costretta a lavorare per mantenere me e i miei fratelli.


Lei dovrebbe essere qui, da qualche parte, magari all’inizio della pila di corpi, o semplicemente sotto di me.
Con la ritirata delle forze italiane, i soldati filocomunisti della Jugoslavia hanno iniziato una vendetta anti-italiani.


Vendicare odio con altro odio, tipico dell’istinto umano.


Oggi pomeriggio, gli jugoslavi hanno irrotto nella nostra casa.
Riesco ancora a sentirle, le urla di mia madre. Le violenze che ha subito sono raccapriccianti, degne di una belva feroce.


Al calar del sole, ci hanno legato le braccia con un fil di ferro racimolato da delle vecchie attrezzature militari e ci hanno disposto in fila di fronte ad un dirupo.


Un soldato biondo, abbastanza basso di statura, chiamato “Sodnik”, ovvero il giudice in sloveno, ci ha condannato a morte.


Impugnata la pistola, ha sparato ai primi di ambi i lato della fila, facendo cadere l’intera linea di persone dentro il dirupo.


Ormai non sento più nessun singhiozzo, nessun lamento.

E le stelle iniziano a mascherarsi alla mia vista.


Gli occhi si offuscano, il silenzio diventa assordante, e il senso di tale destino sempre di più un mistero.
Maledico le bandiere. La mia bandiera, quella Jugoslava e quelle di tutte le nazioni del mondo. Ci separano quando dovremmo stare uniti. Fratelli che vengono separati da un’idea di singolarità, individualismo e supremazia futili.
Come può l’essere umano cadere ancora in tali fanatismi?