Articolo 3, Leggenda di Archimede

(Questo è un articolo che scrissi a fine 2019 per il giornale scolastico della mia scuola. Ho deciso di pubblicarlo anche qui poiché lo ritengo uno dei miei testi migliori).

La luce del tramonto fende il mio banco. Odo il putiferio là fuori. Quei cani romani hanno invaso tutta la Sicilia, arrivando fino alle porte di Siracusa. Ciò non riesce tuttavia a distrarmi dalle mie scienze. È dall’inizio dell’assedio che dedico anima e corpo a quest’idea, ma ormai le mie deboli mani non sono in grado di impugnare le armi come un tempo. Inaspettatamente il tumulto estraneo alla mia casa termina.  Avverto il rumore dei suoi passi fermarsi dinanzi alla porta. La batte, un semplice assassino romano, allevato per uccidere chiunque minacci la sua grassa e affamata Lupa. Tento di tracciare un cerchio, ma il compasso mi sfugge dalle mani.

Un altro colpo alla porta, dato con l’elsa del gladio.

Azzardo una linea con la squadra, ma essa scaturisce distorta per difetto delle mie vecchie mani.

Percepisco un grande boato alla porta. L’assassino ha occupato la mia casa.

Mi volto con troppa lentezza. Il freddo metallo fende le mie carni.

Cado a terra, il gelo del pavimento si scontra con il calore del mio sangue.

Ricordo una Siracusa remota, lontana dalla minaccia romana.

Ho memoria della mia fanciullezza, quando accompagnavo mio padre in cerca di ispirazione al Tempio dedicato al dio Apollo, padre delle scienze.

Singolare il fato, il destino che mio padre si augurava toccò a me. Dedicai la mia vita al sapere e alle mie scoperte, inspirandomi alle parole di Socrate: “Esiste un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l’ignoranza.”

Rammento l’esultanza della scoperta, come nell’attimo in cui trovai la soluzione al quesito dell’idrostatica postomi da Gerone II. Quante opere ho realizzato per la più grande perla greca del mondo. Dove mi sono spinto per l’amore per la mia polis?

Ho innalzato macchine capaci di commettere massacri nelle fila romane, e non so se provare rimorso per ciò. “Preferirei subire un’ingiustizia piuttosto che compierla”, proferiva  Socrate.

Tuttavia, come fiacca giustificazione a tali macchine di morte, posso affermare che esse sono state fabbricate percorrendo la via della conoscenza.

Conoscenza verso cui adesso, sul punto di esalare l’ultimo respiro, provo un forte rimpianto per ciò che non ho compiuto e che rimarrà per sempre nell’ombra della mia mente.